Un 'paragone sbilanciato': è giusto paragonare i figli?

2 maggio 2017

Il paragone non aiuta i bambini a crescere e a migliorarsi. La nostra psicologa Miolì Chiung ci spiega perché non bisognerebbe paragonare i bambini

I figli non sono tutti uguali. Può sembrare una provocazione, ma non lo è; perché se è vero che sono uguali dal punto di vista affettivo, non lo sono certamente per quel che riguarda il carattere, le inclinazioni, le passioni e via dicendo.

Quante volte capita che in una famiglia ci siano due figli completamente diversi tra loro? Uno molto spigliato e l’altro più riservato; uno studioso e diligente e l’altro più ribelle e scanzonato? Uno molto attento alle mode del momento e l’altro assolutamente no? È diventato quasi uno stereotipo, lo so, ma è così.

In questi casi viene automatico, anche se spesso non ce ne accorgiamo (o facciamo finta di non accorgercene), avere una “simpatia” maggiore per il figlio che è più vicino al nostro modo d’essere o che più incarna un nostro ideale. In quest’ultimo caso specifico, è ancora più forte la tentazione di spronare uno dei figli a diventare come l’altro.

Faccio un esempio per chiarire meglio: ipotizziamo di avere due bambini, uno molto bravo a scuola (che chiameremo Leonardo) e l’altro che invece arranca (lo chiameremo Lorenzo). Molto probabilmente i genitori sproneranno Lorenzo a diventare bravo a scuola come Leonardo: “Perché non prendi esempio da tuo fratello?”, “Guarda Leonardo che bei voti ha preso, mica come i tuoi!”

Stesso discorso, per esempio, nel caso di un figlio molto timido e introverso e uno invece spigliatissimo e amicone. Il bambino timido verrà spronato ad essere estroverso come il fratello: “Dài, non essere così timido, fai come tuo fratello!”, “Lo vedi tuo fratello quanti amici ha? Perché non fai come lui?

Un paragone sbilanciato

In questi casi, quindi, quasi tutti i genitori operano un paragone tra i due figli. Un paragone, però, in cui i due termini di confronto non sono intercambiabili – che, di conseguenza, potremmo chiamare “paragone sbilanciato”.

Questo è un aspetto che viene sottovalutato tantissime volte. Operiamo paragoni nell’intenzione di far crescere i nostri figli e spronarli a farli essere migliori… ma migliori rispetto a chi? Con quale criterio valutiamo chi è migliore di chi? Riteniamo che un figlio sia “migliore” di un altro, e quindi sia “da esempio”, in base a quello che a noi piace di più. È ovvio che un bambino che va bene a scuola, estroverso, simpatico e intraprendente incarni nell’immaginario comune l’emblema del successo (potenziale), mentre un bambino che va male a scuola, timido e introverso trasmette, sempre nell’immaginario collettivo, sensazioni di debolezza e insuccesso. Ma insuccesso di chi? Dei bambini o dei genitori?

blockquote01 Ogni bambino è diverso dall’altro, e questa diversità non si colloca su una differente scala di valore – ma mette i bambini tutti allo stesso livello ma su zone di comfort differenti.

È giusto rimproverare nostro figlio se continua a prendere brutti voti a scuola, ma non dobbiamo mortificarlo paragonandolo a un suo coetaneo che invece ha voti più alti, perché così rischiamo di minare la sua autostima e di generare sentimenti di invidia e gelosia nei confronti dell’altro bambino. Cerchiamo, invece di capire i motivi per cui nostro figlio si trova in difficoltà, parliamo con lui e cerchiamo di aiutarlo. Facciamogli sentire la nostra vicinanza.


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Perché far pesare a un bambino il fatto di essere timido? La timidezza è un aspetto della personalità che difficilmente può essere modificato. Operando un paragone con qualcun altro non facciamo altro che far sentire il bambino timido come una sorta di outsider. Come potrebbe crescere un bambino che si sente emarginato per qualcosa di cui non ha colpa? Siamo sicuri, poi, che la timidezza sia un tratto della personalità così negativo? Certo una timidezza eccessiva può creare problemi di relazione anche a livello elementare, e in questo caso è giusto intervenire, ma sempre senza far pesare la situazione, affidandosi al dialogo, senza “etichettare” il bambino e senza fare paragoni sbilanciati.

In conclusione, non dobbiamo spronare i bambini a crescere come vogliamo noi, ma dobbiamo aiutarli a crescere seguendo le loro inclinazioni, correggendole quando prendono deviazioni pericolose, e il loro modo di essere. In fondo, non è proprio questo il ruolo di un genitore?

 

Autore:

Dott.ssa Miolì Chiung

Responsabile Studio di Psicologia Salem

www.studiosalem.it

About author Dott.ssa Miolì Chiung

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Miolì Chiung, psicologa e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale. Nel 2009 fonda lo Studio di Psicologia Salem, un progetto di ampio spessore incentrato sul benessere psicologico dell’individuo, dai processi di prevenzione fino a tutto quello che riguarda la cura. Ha approfondito i suoi studi con numerosi master e corsi. Applicatrice Metodo Feuerstein e ottima conoscitrice della testistica psicodiagnostica dell’età evolutiva e adulta. Ama i libri, la cucina ma la sua grande passione è il mare!

 

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