Comunicazione e gioco: il valore comunicativo dell'azione ludica

2 gennaio 2017

In questo articolo le fasi di gioco del bambino, dal gioco senso-motorio a quello simbolico, come forma di comunicazione. Ecco alcuni consigli per stimolare la sua crescita.

Il gioco senso-motorio

Il gioco senso-­motorio è la prima tipologia di giochi di cui il bambino fa esperienza. Le prime forme di gioco senso­-motorio si ritrovano sin nei primi scambi con la madre: all’inizio è la mamma la parte attiva, successivamente gli scambi diventano reciproci. Queste prime forme di scambio sono cariche di significati emotivi che vengono veicolati dal gioco e dal contatto fisico come le carezze, i massaggi, il solletico, le oscillazioni e i dondolii.

Consigli di gioco per stimolare lo sviluppo psico-emotivo

Il genitore favorisce e sostiene gli scambi comunicativi con il bambino attraverso variazioni di tono e volume della voce, variazioni di ritmo, attraverso la mimica facciale e gestuale.  Il genitore attua un vero e proprio dialogo sonoro con il bambino, inserendosi nelle sue emissioni vocali, ripetendo i suoni emessi da lui, variandoli e ampliandoli con improvvisazioni di canti, nenie e filastrocche cantate.

Tutto ciò inserisce il bambino in un girotondo relazionale, in un’altalena comunicativa in cui è evidente l’alternanza del turno e lo strutturarsi di un’interazione ludica.

Via via che il bimbo cresce si lascia sempre più spazio agli scambi in movimento offrendo il proprio corpo come altalena e come base per arrampicarsi in giochi come “cavalluccio” o “vola ­vola”, che vengono ripetuti instancabilmente, più e più volte, su viva richiesta del bambino.

Il genitore può rendere questi giochi ulteriormente significativi dal punto di vista comunicativo commentando le azioni e sollecitando il bambino a fare lo stesso, con semplici domande ­guida come “Andiamo veloci o più piano? Vuoi andare in alto tanto? O in alto poco? Vuoi stare a testa in giù? Ti piace questo gioco?” E via discorrendo.

L’apoteosi dello scambio comunicativo viene raggiunta nelle azioni ludiche che fanno parte del gioco del rincorrersi, di prendere ed essere presi. Il significato di queste azioni sta nel fatto che il bambino scappa per essere ripreso, si nasconde per essere trovato, ed è pronto a fare lo stesso manifestando la voglia di ritrovare il genitore con ogni forma di linguaggio espressivo.

Il linguaggio verbale e non verbale

Fra il linguaggio non verbale ritroviamo il sorriso e la risata, il guardarsi indietro per controllare di essere seguiti, espressioni mimiche come la linguaccia per incentivare l’altro ad essere raggiunto. Il linguaggio verbale invece si esprime in frasi come “sono qui, riesci a prendermi?” E infine non va dimenticato il linguaggio prossimale: il fatto di lasciarsi finalmente avvicinare e raggiungere dall’altro, intenzione che si comunica nell’immenso abbraccio forte dopo essersi ritrovati.

Il gioco pre-simbolico

Il gioco pre-simbolico offre moltissimi spunti di comunicazione e tantissime possibilità di accrescere il vocabolario del bambino attraverso la descrizione del materiale che si sta usando, delle azioni che si compiono e dei risultati che queste hanno prodotto. Il linguaggio è intrinsecamente presente anche all’interno dell’azione stessa: scambiarsi gli oggetti significa trovare un punto di incontro, sperimentare la mediazione, la cooperazione.

Consigli per stimolare il bambino all’azione

Dare, accettare, prendere, prestare, donare, chiedere e ricevere, sono la rappresentazione tangibile del rapporto fra “io e te” e “tu con me”. Il bambino accumula e sparpaglia, avvicina ed allontana, mette e toglie e il piacere del fare, del costruire, così come quello del distruggere e del disfare, sono talmente intensi da condurre il bambino alla necessità impellente di comunicare tale piacere all’altro, nelle varie modalità che questi ha a disposizione ovvero soprattutto il sorriso, lo sguardo, il dare, il mostrare e l’indicare perché l’adulto vi possa partecipare ricambiando lo sguardo e il sorriso, oppure con un battito di mani e un “Bravo!” o altre esclamazioni di incoraggiamento.

Il gioco simbolico

Il gioco simbolico è, per definizione, comunicazione. Il simbolo sta per qualcosa (detto referente) che è presente nel reale. Come le parole stanno per un referente, (ad esempio la parola “mela” è il referente del frutto omonimo) così anche i gesti e le azioni ludiche stanno per un referente. Giocare al “Far finta” è un’azione simbolica. Ad esempio, far finta di giocare alla casa significa rappresentare attivamente “la casa” allo stesso modo di come la parola CASA sta per il concetto, la rappresentazione mentale interna che abbiamo della casa come un luogo accogliente, riparato, familiare, con delle stanze, che può contenere oggetti, persone etc. Il bambino comunica questi concetti giocandoli ed adattandoli alle proprie esperienze, comunicando così anche desideri, sensazioni, emozioni.

Durante il gioco simbolico di finzione infatti, le azioni ludiche si arricchiscono di ulteriori valori comunicativi ovvero quelli che vanno a rappresentare la nostra esperienza vissuta. Per estremizzare: un bambino che abbia assistito a scene traumatiche all’interno della casa o abbia un vissuto di abbandono, rappresenterà la casa in modo totalmente diverso rispetto ad un coetaneo che abbia esperito la casa come uno spazio protetto, dove vivere al sicuro da paure e tensioni.

Consigli per stimolare l’espressività del bambino

Il gioco simbolico libera l’espressività del bambino, che in questo tipo di attività utilizza abbondantemente ogni forma di linguaggio; da quello verbale a, soprattutto, quello corporeo, mimando le azioni, commentandole, condividendole in ogni modo possibile anche con l’adulto, compagno favorito perché possiede sia la capacità di arricchire il gioco laddove ce ne sia bisogno, sia quella di adattarsi alle idee del proprio bambino, mettendosi alla sua altezza, invitandolo a proseguire, sostenendolo, proponendogli nuovi stimoli o aiutandolo ad esprimersi, comunicando le proprie emozioni e desideri.

Talvolta l’abilità che viene richiesta all’adulto è quella di saper sospendere l’azione, “semplicemente” lasciando fare al proprio bambino, assumendo così il ruolo di silenzioso spettatore, ruolo non meno importante poichè l’azione di farsi da parte ha ancora una volta un profondo valore comunicativo: ti aspetto e se hai bisogno mi puoi trovare sempre qui, pronto ad aiutarti.


Visita la nostra pagina “Consigli”

 

Autore:

Dott.ssa Ilaria Palvarini

Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva

www.incontropsicomotorio.it

About author Dott.ssa Ilaria Palvarini

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Ilaria Palvarini nascea Mantova il 7 giugno 1988. Si diploma al Liceo Artistico e nel 2011 si laurea con lode in “Terapia della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva” alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Milano. Attualmente collabora con diverse entità medico/riabilitative del territorio mantovano. Svolge valutazioni dello sviluppo neuropsicomotorio e si occupa del trattamento di neuropsicomotricità delle difficoltà e dei disturbi di soggetti in età evolutiva(disturbi di apprendimento, ritardo psicomotorio, disprassia, adhd, autismo, sindromi genetiche e paralisi cerebrali infantili). Conduce incontri e corsi di formazione con insegnanti della scuola dell’infanzia e primaria e con i genitori, su temi specifici dell’apprendimento e dello sviluppo neurpsicomotorio. Organizza laboratori di attività psicomotoria all’interno del gruppo-classe. È volontaria della Croce Rossa Italiana e nel tempo libero ama leggere, dipingere, uscire con gli amici ma soprattutto viaggiare per conoscere persone, culture, sapori di ogni luogo.

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