10 cose che solo chi lavora con i bambini può capire

29 aprile 2016

Dieci cose che solo chi lavora con i bambini può sapere e comprendere

Lavorare con i bambini è tutt’altro che facile e chi lavora con i bambini lo sa! Lo sanno gli insegnanti, i logopedisti, gli psicologi, gli educatori, lo sanno gli specialisti dell’infanzia. Anche i genitori lo sanno, specie i più empatici e comprensivi, eppure c’è un luogo comune che vede la persona impegnata con i bambini come una persona spensierata e tutto sommato poco impegnata, il cui ruolo principale è quello di insegnare cose semplici in modo semplice e giocoso.

Chi lavora con i bambini sa che c’è molto e molto altro da sapere. Ecco dieci cose che solo chi lavora con i bambini può sapere e comprendere e, molto spesso, sono cose che cerca in tutti i modi di comunicare ai non addetti ai lavori:

1. Il confronto con i genitori è un momento speciale… ed ansiogeno!

L’incontro con i genitori mette un’ansia pazzesca. Da un po’ di tempo, peraltro, c’è questa fantastica usanza di colpevolizzare il professionista o l’insegnante per un mancato risultato, che si tratti di una seduta di logopedia o un compito andato male o una reazione avversa nonostante la psicoterapia, è molto probabile che nella testa del genitore risulti che NOI siamo stati incapaci. Perlopiù i genitori spesso credono che chi lavora con i loro bambini non veda l’ora contestare il loro metodo educativo, partendo prevenuti, ma si sbagliano. Tutto quello che vogliamo è il bene dei loro bambini perché è esattamente questo lo scopo del nostro lavoro.

Allo stesso modo amiamo quei genitori che ci danno fiducia e ci sostengono creando con noi un rapporto di complicità, a loro a nome di tutti voglio dire grazie, è anche grazie a loro se decidiamo di continuare ad esercitare la nostra professione con impegno e passione.


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2. Le verifiche ed i test sono sacrosanti

Ok, i bambini non vanno schedati, sono tutti diversi tra loro, non si possono confrontare in nessuna maniera “standardizzata”. Ma quello che sfugge a molti è che con i nostri test non vogliamo sminuire i bambini, sottoponendoli a confronti imbarazzanti, vogliamo solo assistere allo straordinario spettacolo del loro apprendimento, vogliamo essere testimoni del nostro miracolo e capire se e cosa abbiamo sbagliato per poter poi rimediare. Molto spesso siamo noi sotto esame, un esame svolto da loro che valida il nostro operato.

3. Il nostro lavoro non finisce nel momento in cui lasciamo i bambini

Anzi, è lì che comincia il bello. Strutturare un lavoro ben fatto richiede studio, studio, studio e ancora studio. E poi impegno, costanza, attenzione ai dettagli e ore… tante ore di lavoro in cui definisci gli obiettivi, predisponi il materiale e tanto altro.

Io sono una logopedista e quando mi dicono che tutto sommato con il bambino ci lavoro solo un paio d’ore a settimana mi viene da sorridere (ho mentito, ma avete capito che parola sostituisce “sorridere”), perché il lavoro da svolgere in quelle due ore è stato il frutto di molte altre ore di preparazione.

4. I soldi non sono tutto, ma se fossero almeno la metà di tutto?

Diciamocelo, siamo decisamente sottopagati! Una retribuzione adeguata non sarebbe male. E questo vale anche per i liberi professionisti, che troppo spesso si trovano a “contrattare” o, peggio, a vedersi interrotto, per mancanza di budget famigliare, un programma di intervento personalizzato su cui hanno lavorato un bel po’ (vedi punto 3) e che va perduto. Ma questo non vuol dire che trascureremo i nostri piccoli, loro sono il nostro mondo e di certo la colpa della nostra scarsa retribuzione non ricade su di loro.

5. Ci sentiamo vecchi più spesso di quanto capiti a tutti gli altri

Non è facile vedersi passare davanti bambini che un paio di anni dopo già sembrano ventenni con le scarpe con paillettes, lo smartphone e la gomma da masticare in bocca tipo Kelly di Beverly Hills! Noi sappiamo che in realtà hanno solo 12 anni e che i tempi sono cambiati, ma psicologicamente non è facile gestire la cosa, vallo a dire all’inconscio che i tempi sono cambiati! 🙂

6. Abbiamo una capacità di problem solving che nemmeno MacGyver!

In molti mestieri è richiesta questa abilità, non abbiamo la presunzione di definirci gli unici a doverla possedere. Dovete ammettere, però, che l’interazione con i bambini richieda una lucidità e una prontezza di riflessi non indifferenti e che nel momento in cui si presenta un problema da risolvere, qualunque sia l’età dei nostri piccoli assistiti, non possiamo lasciare che passi troppo tempo, pena i loro capricci, quelli dei loro genitori o l’insorgenza di complicazioni che, per essere risolte, richiederebbero più fatica di prima.

7. Ci sentiamo perennemente impreparati

Siamo chiamati ad insegnare, ad educare, a riabilitare come se sapessimo tutto. Dobbiamo saper rispondere ad ogni domanda, dobbiamo essere in grado di sopperire ad ogni lacuna ed è per questo che troppo facilmente ci sentiamo impreparati, studiamo ed apprendiamo e più studiamo, più conosciamo la vastità delle informazioni che non possediamo.

blockquote01Il grande maestro è colui che varca ogni giorno il portone della scuola chiedendosi cosa imparerà, non solo cosa insegnerà (A. Monfreda).

8. Se pensate che la vostra insegnante sia dura con voi, aspettate di avere un capo (Bill Gates)

Normalmente la calma e la pazienza ci contraddistingue, ma anche quando perderemo per qualche attimo queste doti alzando un pochino la voce o guardandovi con uno sguardo un po’ più severo, non sarà nulla in confronto a quello che la vitavi riserverà. Prendetela come una scuola di vita. Se fossimo macchine avremmo superato il test di Turing.

9. Insegniamo a vivere prima di tutto

Che si tratti di un solo bambino o di un gruppo di bambini ci ritroviamo quotidianamente in situazioni diverse dal semplice compito di comunicare una nozione, un freddo concetto o un particolare esercizio. Tutto il lavoro di contorno è di certo il più importante, come educare all’attenzione, all’ascolto, al rispetto per se stessi e per gli altri, per i compagni di classe come per l’insegnante o il professionista. Educhiamo a vivere la socialità senza chiedere nulla in cambio di questo. Ho letto un commento su Facebook che mi ha fatto riflettere: “Un gran docente è colui che ti incoraggia anche quando sbagli […] che se litighi con un compagno lascia perdere italiano e matematica e ti insegna la vita, la gentilezza, il saper chieder scusa e ad accettare le scuse.”


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10. Quasi ogni giorno abbiamo la tentazione di mollare, poi ci sentiamo in colpa solo per averlo pensato

Non prendiamoci in giro, avere a che fare con i bambini è estenuante. Loro chiedono, pretendono, insultano, piangono, ridono, tirano, strappano, urlano, lanciano. I bambini sono imprevedibili e non sono dei bravi ascoltatori, non ancora perlomeno, non fino a quando non saremo noi ad insegnarglielo, perciò sfido chiunque a non pensare di mollare almeno una volta… al giorno! 🙂

Alla fine non lo facciamo, non lo faremo mai, per la stessa ragione per cui non mollano i genitori, perché noi abbiamo responsabilità, passione e amore.

 

Autore:

Marianna Pappalardi

Mamma, logopedista e Direttore Creativo di Marshmallow Games

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